Quando si studia l’abbinamento cibo-vino con il metodo AIS, si impara che la perfezione non esiste — e che dichiarare un lieve squilibrio è più onesto (e didatticamente più utile) di forzare un giudizio positivo. Questo risotto alla barbabietola con formaggio vegano spalmabile e Alta Langa DOCG è esattamente questo: un abbinamento che funziona, con un asterisco.
La logica iniziale è solida: spumante Metodo Classico con bollicine pulitrici per un risotto cremoso e ricco. L’acidità dell’Alta Langa taglia la grassezza del formaggio vegano agli anacardi. Il perlage alleggerisce la consistenza densa del riso. Fino a qui, tutto coerente.
Il problema emerge con la barbabietola. Il suo sapore — terroso, dolciastro, intenso — ha una personalità forte che tende a dominare. L’Alta Langa, costruita sull’eleganza e la finezza, regge la sfida ma non la domina. Il risultato è un abbinamento in cui il piatto porta la voce più alta del vino: non un disastro, ma un disequilibrio percettibile per un palato allenato.
Il risotto alla barbabietola richiede una tecnica precisa per non trasformarsi in un piatto pesante. La barbabietola cotta e frullata va incorporata a metà cottura del riso — non all’inizio, per non far caramellare gli zuccheri — e la mantecatura finale con formaggio vegano spalmabile agli anacardi deve essere rapida e a fuoco spento per preservare la cremosità senza appesantire.
Il colore finale è uno spettacolo: rosso porpora intenso, quasi luminescente. In cima, una cucchiaiata di formaggio vegano a temperatura ambiente, qualche noce tostata grossolanamente spezzata, e una grattugiata di pepe nero. Le noci, oltre al ruolo gustativo nell’abbinamento, aggiungono la nota croccante che il risotto non ha.
L’Alta Langa DOCG è il simbolo della rinascita della spumantistica piemontese con il Metodo Classico. Prodotta nelle colline più alte delle Langhe — zona storicamente dedicata al Barolo e al Barbaresco — questa denominazione ha impiegato decenni a trovare la sua identità, ma oggi rappresenta una delle punte di diamante dell’Italia frizzante.
Il Pinot Nero, vitigno borgognone per eccellenza, qui sviluppa caratteristiche diverse rispetto alla Champagne: il clima continentale piemontese, con inverni freddi ed estati calde, regala frutti più maturi e una nota speziata sullo sfondo. Lo Chardonnay apporta struttura e rotondità. La rifermentazione in bottiglia e l’affinamento sui lieviti — minimo 30 mesi per la versione standard, 36 per le Riserve — costruisce quella crosta di pane e nocciola che è il marchio del Metodo Classico.
L’abbinamento tra bollicine Metodo Classico e risotti cremosi è un classico AIS per un motivo preciso: l’anidride carbonica del perlage svolge la funzione di “spazzino gustativo”, ripulendo il palato dalla grassezza del piatto e preparandolo al boccone successivo. L’acidità naturale dello spumante fa lo stesso servizio in modo chimico: abbassa il pH percettito sulla lingua e neutralizza la sensazione untuosa del formaggio vegano.
In questo caso specifico, la barbabietola introduce una variabile non prevista: la dolcezza del betaina (il pigmento rosso della barbabietola) tende a fare sembrare il vino più secco e austero di quanto non sia. È per questo che le noci tostate sono il correttivo ideale: la loro nota amara bilancia la dolcezza, e il loro contenuto di grassi buoni crea un’affinità con la struttura oleosa del vino.
Giallo paglierino con riflessi dorati. Perlage fine e persistente, catena di bollicine sottili che risalgono lente — segno di una spumantizzazione lunga e curata. Aspetto elegante, luminoso.
Crosta di pane e lievito — il segno inconfondibile del Metodo Classico. Poi pesca gialla, mela renetta e fiori bianchi. Con l'ossigenazione emergono cenni di nocciola fresca e un leggero accenno di burro. Profilo verticale, teso, mai opulento.
L'acidità è la chiave: vivace, incisiva, con un'effervescenza che ripulisce il palato a ogni sorso. Corpo medio, elegante. Il finale è lungo su note di agrumi e mandorla. Nessuna concessione alla morbidezza: questo spumante cerca cibo che non lo sopraffaccia.
L'Alta Langa DOCG regge il risotto alla barbabietola — ma con un lieve squilibrio strutturale che vale la pena dichiarare. La barbabietola, con la sua intensità terrosa e la dolcezza naturale del betaina, tende a sovrastare la delicatezza dello spumante. Il vino risponde con la sua acidità, ma il piatto porta leggermente la voce più alta. Non è un difetto dell'abbinamento: è una caratteristica che un sommelier AIS identifica onestamente come "buono ma asimmetrico". Il correttivo? Aggiungere al risotto delle noci tostate in superficie: l'amarezza delle noci bilancia la dolcezza della barbabietola e crea un ponte con la nota di nocciola del vino. Risultato: l'abbinamento si stabilizza e diventa davvero convincente.